Non mi capisci mai

Quando il tempo è mite, come in queste settimane di ottobre a Roma, passeggio nel tardo pomeriggio con il mio fidato Szopa, un maltese toy dolce e paziente. Lui è il mio miglior amico ma anche un impegno emotivo importante che mi spinge, a seconda delle circostanze, a guardarmi dentro, a verificare la coerenza delle mie azioni con le mie parole. Szopa si aspetta da me due cose: coerenza e affetto perché è quello che mi regala dal giorno in cui siamo insieme: "vuoi il biscotto"? e salta immediatamente giù dal divano per strapparlo via dalle mani dopo essersi educatamente seduto. La nostra comunicazione è semplice ed efficace perché non ci sono sovrastrutture nella natura dei nostri sentimenti e perché entrambi abbiamo la "responsabilità" del nostro reciproco affetto. Purtroppo tra gli esseri umani diventa tutto molto complicato e le parole che usiamo, spesso non sono in grado di chiarire i bisogni che abbiamo e che vorremmo vengano interpretati dall'altro. Spesso i giudizi, le critiche che riserviamo agli altri sono proiezioni dei nostri bisogni insoddisfatti: "non mi capisci mai..." In realtà tale affermazione dovrebbe essere sostituita dall'indicazione di quello di cui abbiamo realmente bisogno: "vorrei che tu mi ascoltassi con attenzione perché ho bisogno di parlarti". Per un coach e/o un counselor l'ascolto è alla base della relazione con il suo interlocutore e l'empatia è l'ingrediente fondamentale attraverso il quale aprire le porte ad ogni possibile modalità di comunicazione affinché si possa iniziare un percorso di sviluppo e crescita personale ma di base deve esserci una disponibilità ad affidarsi reciprocamente rispetto alla condivisione che avverrà. Ripartire dall'assunzione di responsabilità rispetto ai propri bisogni e sentimenti è un il primo passo verso la conquista di un'autonomia esistenziale che ognuno di noi ha il compito di coltivare per la ricerca di un reale benessere emotivo e psicologico.